Come (non) scrivere un personaggio femminile: 9 devastanti stereotipi che potrebbero distruggere il tuo lavoro


Come puoi creare un personaggio femminile accattivante, vivace e ricco di sfumature?

In un mondo ideale, la risposta sarebbe scontata: seguendo lo stesso, identico procedimento che useresti per creare un personaggio maschile accattivante, vivace e ricco di sfumature!

Vale a dire liberandoti da ogni preconcetto, buttando dalla finestra ogni idea stereotipata e provando a calarti nei panni di un’altra persona, a prescindere da quanto tu possa sentirla lontana o “diversa” da te.

Da un punto di vista pratico, ovviamente, questo si traduce nella necessità di assegnare al tuo personaggio femminile:

  • un oggetto del desiderio (che non sia il tuo protagonista maschile, per amor di Dio!) e un oggetto del bisogno (idem come sopra);
  • una complessa vita interiore e una “ferita” emotiva su cui far leva nel corso della narrazione;
  • un’identità e una serie di complesse relazioni con i personaggi che la circondano.

Tutto abbastanza ovvio, no?

Lo ribadisco: soltanto in teoria, a quanto pare!

Perché la verità è che ormai ho letto abbastanza manoscritti – e romanzi pubblicati – da sapere che quello dei personaggi femminili è ANCORA un tasto dolente per molti autori.

Nell’articolo di oggi, riassumerò i nove peggiori stereotipi a cui uno scrittore possa ricorrere durante il processo di ideazione di un personaggio femminile.

Non importa che si tratti della tua protagonista, della madre dell’eroe, del love interest o di una matrona di passaggio: se hai inserito un personaggio femminile all’interno del tuo romanzo, ricorda solo di tenerti il più lontano possibile dai fastidiosi cliché che sto per elencarti…


1. La “Sexy Lamp”

Lois Lane nel film “Man of Steel”

Questo termine è stato coniato per la prima volta da Kelly Sue DeConnick (fumettista americana nota soprattutto per la sua leggendaria run di “Captain Marvel”).

In occasione di un panel all’Emerald City Comic Con, la DeConnick ha avuto modo di esprimere il proprio disappunto nei confronti del trope del cosiddetto “Personaggio Femminile Forte”.

A suo avviso, infatti, molte opere che ne fanno uso si limitano a presentare una forza di facciata (una sorta di “copertura”), quando, di fatto, al suddetto personaggio femminile viene sottratta ogni effettiva capacità di agire e influenzare la trama per mezzo delle sue azioni.

Quando l’autore si limita, cioè, a usare la co-protagonista femminile alla stregua di un semplice accessorio di scena.

Secondo la DeConnick, infatti, perfino il famosissimo test di Bechdel è uno strumento troppo debole, incapace di determinare il reale livello di sessismo contenuto in una storia.

Il risvolto buffo? L’autrice propone di impiegare, al suo posto, il cosiddetto “test della Lampada Sexy”:

«Se puoi eliminare il tuo personaggio femminile e sostituirlo con una lampada sexy, vuol dire una cosa sola: SEI UN DANNATO SCRITTORUCOLO!»

Kelly Sue DeConnick

Parole forti, lo so, ma ancora… necessarie.

Per la serie: NON pensare che basti creare una bambolina da affiancare al tuo protagonista maschile, per soddisfare il concetto di rappresentanza femminile.

Non importa se la bambolina in questione può millantare fenomenali poteri cosmici, praticare dieci tipi di arti marziali diversi, o se racchiude in sé il potenziale per mettere al mondo il prossimo salvatore dell’universo.

Se non le permetti di FARE niente, se il suo ruolo non può dirsi indistricabilmente legato allo sviluppo del plot, se la sua presenza in scena serve soltanto a dimostrare quanto incredibilmente cool e attraente stia diventando il tuo eroe maschile…

Rimpiazzala direttamente con un accessorio da ufficio. Lampada, sedia o scrivania: non fa differenza.

Ma lascia fuori le donne da questa storia.


2. La terribile “Mary-Sue”


Bella Swan nel film “Twilight”

Su questa nota dolente sono soliti cadere tanto i signori autori, quanto le signore autrici.

Le “Mary-Sue” della letteratura sono state individuate per la prima volta da Paula Smith e Sharon Ferraro, curatrici di una fanzine di “Star Trek” negli anni Settanta.

Dopo aver passato in rassegna la valanga di racconti sottoposta alla loro attenzione, pare infatti che le due donne si siano rese conto che la stragrande maggioranza dei personaggi femminili inseriti all’interno di queste storie aveva un elemento in comune: una certa tendenza a incarnare le fantasie di perfezione e i più inconfessabili desideri narcisisti dell’autore. (Se vuoi, puoi approfondire l’argomento QUI).

Nella mente del suo creatore, una Mary-Sue è un personaggio completamente privo di difetti. Buona, dolce, gentile, generosa, temeraria… Una vera e propria idealizzazione ambulante!

Sovente dotata di inspiegabili abilità che le permettono di elevarsi al di sopra della massa, la Mary-Sue si attesta presto come unica e inconfutabile portavoce della Verità in un mondo che, sotto sotto, non riesce a fare a meno di idolatrarla.

Una Mary-Sue, insomma, è più infallibile del papa. Più noiosa di una cena aziendale. Prevedibile (e fastidiosa) quanto una pioggerellina sottile il 15 di agosto.

Tieni bene a mente questo, però: quello della Mary-Sue non è uno stereotipo in cui rischi di cadere soltanto soltanto quando ti accingi a creare un nuovo personaggio femminile.

Tutt’altro.

In realtà c’è una battuta che adoro, e che va abbastanza di moda in certi ambienti letterari di stampo femminista:  

«Senti un po’. Tu come lo chiameresti, un Mary-Sue maschio

«Lo chiamerei… il protagonista!»

Nota bene: In realtà, c’è della (brutta) gente, in circolazione là fuori, che cercherà inevitabilmente di screditare qualsiasi protagonista femminile “forte”. Per riuscirci, tirerà fuori dal cilindro parecchie panzane paternalistiche, ma tu sta’ pur certo che il discorso si concluderà con un sussiegoso: «E comunque, guarda che Tizia è soltanto una Mary-Sue!»

Diamine, in rete troverai schiere di persone pronte a giurare che Katniss Everdeen sia la Mary-Sue per eccellenza… quando quello creato dalla Collins è probabilmente il personaggio femminile recente più studiato, analizzato e apprezzato dagli insegnanti di scrittura creativa e dagli editor specializzati in YA di tutto il mondo.


3. La “Manic Pixie Dream Girl”


Sam nel film “La mia vita a Garden State”

Possiamo considerare la Manic Pixie Dream Girl come una sorta di “discendente” diretta della Mary-Sue.

E’ stato il critico cinematografico Nathan Rabin a individuare per la prima volta questo stereotipo, in riferimento al personaggio interpretato da Kirsten Dunst nel film “Elizabethtown“.

Una manic pixie dream girl è un personaggio femminile vivace, energico, eccentrico e/o particolarmente brioso, in cui unico scopo apparente nella vita consiste nel cercare di insegnare al proprio interesse romantico maschile una preziosa galleria di impagabili lezioni esistenziali.

L’eroe in questione, un giovanotto pallido dall’inevitabile indole ombrosa, malinconia e depressa, uscirà ovviamente migliorato dall’incontro con la pittoresca “fatina” dei suoi sogni. Grazie a lei, troverà finalmente il coraggio di abbracciare i risvolti magici della vita e tutte le gioie dell’amore romantico.

Il personaggio femminile, viceversa, resterà esattamente come prima. Statica e inamovibile, continuerà a dispensare la sua stravagante forma di saggezza come un coniglio pasquale che tira fuori una manciata di uova colorate dal cestino, presumibilmente ben oltre la fine dei titoli di coda.

In realtà, quello della manic pixie dream girl è un cliché particolarmente popolare a Hollywood.

Qualche esempio famoso?

Il personaggio di Charlize Theron in “Dolce Novembre”. Quello di Jennifer Lawrence in “Il Lato Positivo”. Natalie Portaman ne “La Mia Vita a Garden State”.

Nell’opinione di alcuni, anche la Clarisse McClellan di Ray Bradbury (dal romanzo “Fahrenheit 451”) rientra perfettamente nel quadro.


4. “Not Like Other Girls”


Arya Stark nella serie tv “Il Trono di Spade”

Un trope abusatissimo, che tende a sottolineare il carattere eccezionale di un determinato personaggio femminile a discapito di tutti gli altri.

L’eroina è speciale. E’ coraggiosa. Brillante. Forse, è addirittura capace di guidare nel bel mezzo dell’ora di punta senza scatenare un tamponamento a catena in tangenziale.

Il messaggio implicito è evidente: l’eroina è fenomenale. Quindi, diversa da qualsiasi altra ragazza o donna sia mai vissuta sotto il sole.

Capisci il problema, non è vero, amico mio?

La verità è che dietro questo (odioso) trope si nasconde una sorta di condiscendenza latente, un paternalismo intollerabile.

«Quando qualcuno dice che la tua intelligenza, il suo senso dello humor, la tua castità, il tuo interesse verso il trucco o la tua indipendenza ti “rendono diversa dalle altre ragazze”, in realtà sta semplicemente implicando che il tuo sia un genere inferiore di default.»

TvTropes

Esempi popolari: Vin nella saga fantasy “Mistborn”; Laila Bard in “A Darker Shade of Magic”; Arya Stark nella serie tv “Il Trono di Spade”.


5. La Damigella in Pericolo

Mary Jane Watson nella prima trilogia cinematografica di “Spider-man”

Uno stereotipo che si spiega da solo.

Al giorno d’oggi, e ringraziando il cielo per le piccole cose, le donzelle in pericolo tendono a non andare più molto per la maggiore.

Eppure, di tanto in tanto, sta’ pur sicuro che ti imbatterai qualche estimatore della cultura pop anni Ottanta pronto a riesumare la tendenza.

Da Aerith di “Final Fantasy VII” a Olivia di “Braccio di Ferro”, passando per la Mary Jane Watson del primo “Spider-Man”, Annie Cresta in “Hunger Games” e la Principessa Peach di “Super Mario”, le damigelle in pericolo hanno continuato allegramente a farsi catturare da schiere di gongolanti villain baffuti provenienti da ogni parte del globo.

Sempre invocando a gran voce, si capisce, il nome del loro baldo eroe maschile…


Altri stereotipi:

  • L’assatanata cronica

Prima di conoscere il protagonista maschile, poteva anche essere la reincarnazione della Beata Vergine, o la timida ragazza della porta accanto.

Ma da quando ha incontrato lui, è come se avesse in mente una cosa sola… e, fidati, non sto parlando dell’ultimo modello di spremiagrumi messo in commercio dalla Braun!

Un esempio recente? La protagonista femminile del libro romance “Kitsune” di Nicolette Andrews!


  • L’uccellino dalle ali spezzate

Per citare il sito americano FilmDaily: «Questo tipo di personaggio tende ad affrontare un passato di disperazione, oscurità e tormento trasformandosi nella creatura più cinica, stoica e badass che possiate immaginare. Ovviamente, si dimostra anche incapace di farlo senza risultare dannatamente sexy

E figuriamoci…


  • L’adolescente sarcastica

Praticamente il solo e unico tipo di personaggio femminile, di età compresa fra i 15 e i 19 anni, che il mondo del cinema horror (e non solo) sia in grado di concepire.

Viziata, pedante e affetta una lieve (quanto cronica) forma di sociopatia che le impedisce di riconoscere le emozioni altrui, perfino nella loro forma più basilare, in nove casi su dieci l’adolescente sarcastica tenderà a fare la sua gloriosa entrata in scena al solo e unico scopo di mettere in mostra la lodevole capacità di sopportazione di altri personaggi, solitamente genitori (leggi: padri) o fidanzati…


  • Il brutto anatroccolo

Togli a una liceale (o a una donna adulta) i suoi occhialetti da nerd, la sua chioma ribelle e le sue confortevoli sneakers, rimpiazzali con fondotinta, piastra per capelli e tacchi a spillo, e sicuramente otterrai… Anne Heathway in “Pretty Princess”?!

Mmm…

Secondo me, qui c’è qualcosa che non torna


E tu? Cosa ne pensi?

Secondo te, sono quali sono gli stereotipi legati ai personaggi femminili più ricorrenti e insopportabili di tutti? 🙂


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