“Lightyear”: 5 cose che uno scrittore può imparare guardando il film Disney/Pixar


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Un bravo narratore sa che, dalla Pixar, c’è sempre qualcosa da imparare.

Ebbene sì: perfino quando il loro ultimo film si rivela un clamoroso flop commerciale!

Dopotutto, pochissime case di produzione cinematografiche sono state in grado di raggiungere, così velocemente, degli standard qualitativi generali così elevati.

Lightyear” è un film che ho trovato…interessante, almeno dal punto di vista della costruzione del protagonista e delle (intrepide) scelte narrative portate avanti dalla trama.

Una pellicola tutt’altro che perfetta, e sicuramente non all’altezza di capolavori come “Inside Out”, “Up” o “Soul”… ma per lo più brillante, anche se solo a tratti, e deliziosamente audace nella sua natura di “ibrido” cinematografico semi-sperimentale.

Ma quali preziose lezioni potrebbe imparare, uno scrittore, da una minuziosa analisi del plot e dei personaggi di “Lightyear”?

Andiamo a scoprirlo insieme! 😀


Spoiler alert!

1. Mai sottovalutare il potere del deuteragonista!

Sai che cos’è un deuteragonista?

La parola deriva dal greco: nel gergo teatrale, infatti, il termine stava a indicare “il secondo attore”.

Un deuteragonista è esattamente questo. Per citare TVTrope:

«Si tratta della seconda persona a cui ruota attorno uno show [o un romanzo, o un film…], un personaggio le cui azioni guidano la trama tanto quelle del protagoniste.»

Se ci fai caso, in “Toy Story”, Buzz non è l’eroe principale del film: quel ruolo spetta a Woody!

Ma se c’è una cosa che l’esistenza stessa del film “Lightyear” è in grado di dimostrare, è che un deuteragonista racchiude sempre in sé un potenziale narrativo tale da rivaleggiare con quello del protagonista.

E, in alcuni casi, addirittura quello di conquistarsi il diritto a una propria rocambolesca e toccante origin story!

Altri popolari esempi di deuteragonista che, all’occorrenza, si sono rivelati tranquillamente in grado di rubare la scena al protagonista?

  • Skye nella serie tv “Agents of S.H.I.E.L.D.”.
  • Willy Wonka nel film “La Fabbrica di Cioccolato”.
  • Sarah Lance nella prima stagione dello show “Legends of Tomorrow”.
  • Kelsier nel romanzo “Mistborn: L’Ultimo Impero”.

Cosa ci suggerisce tutto questo?

Se deciderai di inserire nel tuo romanzo un “secondo uomo” o “una seconda donna”, che si tratti di un aiutante, di un villain o di un love interest, dovrai stare molto attento a non sottovalutare il suo ruolo.

Se non fosse stato per Sheldon Cooper, credi davvero che la sitcom “The Big Bang Theory” sarebbe riuscita a diventare un fenomeno popolare? 😉


2. A volte, per riuscire a soddisfare la propria creatività, bisogna osare!

“Lightyear” abbraccia la propria vena sperimentale con una considerevole dose di entusiasmo.

Non la abbraccia COMPLETAMENTE, bada –  e proprio a questa esitazione attribuisco, in effetti, la principale ragione del suo clamoroso fallimento al box office.

Ma stiamo comunque parlando di un film per famiglie che mira contemporaneamente a fregiarsi dei titoli di space opera, action story, racconto cautelare/storia di formazione e spin-off di uno dei più popolari franchise della storia del cinema d’animazione.

Dal canto suo, Buzz Lightyear è un eroe “difettoso”, dotato di un arco narrativo infinitamente più ricco e coinvolgente di quello elargito in dotazione a – chessò? – il cowboy Woody nel primo “Toy Story”.

Come mai?

Perché la sceneggiatura di “Lightyear” si concentra sul conflitto interiore di Buzz – sulla sua necessità di imparare una preziosa lezione morale – ancora più che sulle sue (innumerevoli) scene d’azione.

Per salvare la colonia, Buzz dovrà prima di tutto riuscire a permettere agli altri di salvarlo.

Non solo: dovrà anche salvarsi da… se stesso!

Dopotutto, è proprio la sua visione della vita in bianco e nero – la sua cronica incapacità di afferrarne le profonde complessità, in tutte le loro apparenti contraddizioni – a mettere in pericolo tutto ciò Buzz cerca così disperatamente di proteggere.

Prova a rifletterci.

Chi è il villain del film?

Chi è il peggior nemico dell’eroe?


3. Riconosci le aspettative del pubblico

Questo è un punto sul quale non mi stancherà mai e poi mai di insistere.

Secondo te, perché quasi nessuno è andato al cinema a vedere “Lightyear”? Perché i pochi che sono andati hanno lasciato la sala insoddisfatti? Il film di Angus MacLane è davvero così deprecabile?

Niente affatto.

Ma, stavolta, sembra proprio che il regista (e gli sceneggiatori, e i produttori, e tutto il resto della banda…) abbiano deciso di concentrarsi esclusivamente sul processo creativo, commettendo l’errore fatale di dimenticarsi uno degli “ingredienti” più importanti di tutti: le aspettative del pubblico!

“Lightyear” è un film che propone un intreccio macchinoso e iper-complicato, pieno di balzi temporali, realtà parallele e sottilissime inserzioni a base di foreshadowning.

Tutto nella norma, certo, per un film di fantascienza.

Ma, l’altro giorno, ho provato a raccontare la trama a mia sorella. Lei mi ha ascoltato in silenzio per una decina di minuti buoni, poi si è voltata verso di me, ha inarcato un sopracciglio e ha detto: «Diavolo! Cos’hai visto, un film di “Toy Story”, o l’ultimo di Christopher Nolan?».

Capisci cosa voglio dire?

La triste verità è che quasi nessun appassionato di sci-fi ADULTO avrebbe fatto carte false per vedere un film su Buzz. Adorabili gatti meccanici parlanti, siparietti slapstick e bizzarri sideckick dalla parlantina sciolta? Per carità!

Al cinema si sono riversati, semmai, bambini piccoli e ragazzini dell’età delle medie, accompagnati da uno stuolo di genitori stremati e smaniosi di scrollare il loro feed Instragram durante i titoli di testa (e, magari, pure durante il climax).


4. Lo spazio appartiene a tutti… anche a chi è diverso da te!

In termini di rappresentazione della diversità, “Lightyear” è senz’altro un titolo da ammirare!

Non mi sto riferendo soltanto alla scelta, fortemente inclusiva, di attribuire un ruolo importante alla famiglia dell’ufficiale comandante Alisha Hawthorne – l’amica di Buzz che sposa una brillante scienziata e, insieme a lei, arriva nel tempo a creare una splendida famiglia.

Mi riferisco anche al personaggio di Darby, esplosiva vecchietta gender-fluid che ricorda tanto una simpatica copia-carbone della Frieda Berlin di “Orange is the new black” (tant’è che, in lingua originale, Darby parla con la voce dell’inconfondibile Dale Soules).

Ecco.

Se c’è una cosa che mi piacerebbe riuscire a trasmetterti, attraverso il mio lavoro e la stesura degli articoli di questo blog, è proprio la necessità di comprendere il fatto che anche il pubblico italiano ha bisogno di leggere, vedere e ascoltare storie in grado di raccontare il mondo così com’è: vale a dire complicato, splendido e ricco di diversità!

Dopotutto, sarai d’accordo con me: la nostra società non è composta solo da persone eterosessuali, giovani, caucasiche, cattoliche, di nazionalità italiana ecc.

Perciò, guardati intorno. Sii onesto e sbarazzati di quei limitanti paraocchi!

Credi davvero che alle persone diverse da te piaccia sentirsi invisibili? Come se i tuoi occhi passassero attraverso di loro, senza mai registrare il loro diritto a far parte del tuo mondo?

Non commettere l’errore di tagliare fuori dalle tue storie un’intera fetta di popolazione.

Piuttosto, racconta quello che vedi.

Racconta quello che AMI, non gli stereotipi e i cliché che hai sempre CREDUTO di dover raccontare.


5. Una storia di formazione deve SEMPRE concludersi su una nota dolceamara

Per riuscire a guadagnare qualcosa di prezioso, devi sempre sacrificare qualcos’altro.

È una sorta di legge di compensazione cosmica, di portata praticamente universale. Ha potere sulla vita reale, ha potere nel mondo delle storie.

Buzz conclude il suo arco di trasformazione imparando a fidarsi delle persone che ama e abbracciando una piccola perla di saggezza esistenziale: a volte, per riuscire a vivere una vita piena e appagante, devi accettare il fatto che non riuscirai sempre a sistemare tutto.

“Lightyear” si conclude così, su una nota dolceamara che, in fondo, è più dolce che amara (stiamo pur sempre parlando di un fim Pixar, e di una lezione che, in pratica, rappresenta la quintessenza stessa del concetto di coming-of-age).

Ma, se ci pensi, il finale del film implica comunque una perdita: anche se troveranno un modo per guardare avanti ed essere felici, infatti, né Buzz né gli altri personaggi riusciranno a trovare un modo per tornare nel loro mondo d’origine…


E tu? Cosa ne pensi?

Hai già visto il film “Lightyear”? 🙂


1 pensiero su ““Lightyear”: 5 cose che uno scrittore può imparare guardando il film Disney/Pixar

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