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“Daphne Byrne”: la recensione del fumetto gotico di Marks e Jones


daphne byrne recensione - fumetto hill house

Spero che la recensione di “Daphne Byrne” riesca a portarmi bene: da oggi in poi, mi piacerebbe riuscire a dedicare un piccolo spazio, qui sul blog, anche alle graphic novel e ai fumetti di ogni nazionalità.

Perciò, dita incrociate, e speriamo di portare avanti questo proposito per tutto il resto dell’anno!

“Daphne Byrne”, serie a fumetti di Laura Marks (responsabile dei testi) e Kelley Jones (autore delle illustrazioni), fa parte della collana horror “DC Hill House”. Il progetto, supervisionato da Joe Hill, comprende, al momento, un’altra mezza dozzina di titoli.

Ricordiamo, fra tutti, il delizioso “A Basketful of Heads: Una Cesta Piena di Teste” e l’horror generazionale “The Dollhouse Family: La Casa delle Bambole”.

Ovviamente, non è necessario leggere l’intera collezione, per riuscire ad apprezzare i singoli volumi. Ogni libro della serie racchiude in sé, infatti, un episodio perfettamente autoconclusivo.

“Daphne Byrne” rappresenta, dal canto suo, un tripudio di inquietanti suggestioni vittoriane. La storia è abbastanza semplice (c’è chi l’ha descritta come una sorta di «”Carrie” ambientato nel diciannovesimo secolo»), ma si lascia leggere con piacere, distinguendosi soprattutto in virtà del disturbante immaginario demoniaco evocato dalle espressive tavole di Kelley Jones…


La trama

New York, diciannovesimo secolo.

La quattordicenne Daphne Byrne ha appena perso suo padre. Sua madre è sprofondata nelle grinfie di una probabile ciarlatana che continua a spacciarsi per medium, sperperando quel poco che resta delle loro dissestate finanze famigliari.

La situazione della ragazzina, già di per sé difficile, è resa ancora più nera dall’atteggiamento altezzoso delle sue compagne di scuola. Fra un attacco di bullismo e una litigata con sua madre Daphne continua a visitare la tomba di suo padre e a pregare per un futuro diverso, senza risultato.

Almeno fino a quando nella sua vita non irrompe un’ombra, lo spettro di un’entità pronta a ergersi in sua difesa.

A mano a mano che il demone inizia a stringere un legame particolare con Daphne, allarmanti fenomeni paranormali incontrollabili prendono a manifestarsi…


“Daphne Byrne”: la recensione

Quando, a fine lettura, ho provato a dare un’occhiata alle “credenziali” di Laura Marks, non sono rimasta particolarmente sorpresa da quello che ho trovato.

Sceneggiatrice televisiva di serie tv popolari (inclusi alcuni episodi di show molto amati dalla sottoscritta, tipo “Servant” o “The Expanse”…), ha esordito nel mondo del fumetto proprio grazie alla pubblicazione di questo volumetto.

In effetti, “Daphne Byrne” sembra rispondere, senza grosse deviazioni, a certe particolari logiche specifiche del mercato televisivo. Un sacco di fumo, qualche traccia di arrosto, un pizzico di tensione, tanto gore e un’estetica che emana un chiaro sentore di calderone fagocita-suggestioni, prodotto derivato di un intero filone cinematografico e di qualche progetto televisivo attentamente selezionato.

Non osa mai fare il passo più lungo della gamba, Laura Marks. La sua creatura offre al pubblico un paio d’ore di piacevole e brividoso intrattenimento; l’equivalente stampato su carta di una miniserie in sei episodi prodotta da Netflix, o da qualche altro colosso dello streaming.

Nulla di male in questo, beninteso. Anzi.

Ma sembra quasi doveroso riconoscere l’importanza del contributo di Kelley Jones, dal momento che i suoi disegni (genuinamente terrificanti) costituiscono il 90% di tutto ciò che permette a “Daphne Byrne” di coltivare una propria identità.


La schiavitù del corsetto

Dal canto loro, le tematiche trattate all’interno di “Daphne Byrne” (ribellione femminile e lotta al patriarcato, nel pieno dell’età più repressiva) offrono sicuramente un mucchio di spunti di riflessione interessanti.

Anche perché il dolore dell’eroina di Laura Marks ha un aspetto molto reale. Il suo senso di isolamento, la consapevolezza di essere “diversa” e praticamente carne da macello, agli occhi di un sistema sociale che non aspetta altro che di cibarsi di coloro che non godono di alcuna protezione, trovano senz’altro un terreno di suggestione molto fertile, all’interno della nostra sensibilità moderna.

In realtà, sospetto che, se soltanto al personaggio di Daphne fosse stata concessa una caratterizzazione meno standard e generica, il livello di coinvolgimento emotivo del lettore, soprattutto in determinati punti-chiave della narrazione, avrebbe avuto il potenziale di schizzare alle stelle!

Stesso discorso per l’ambiguo demone “tentatore” che si fa conoscere solo con il nome di “Fratello”.

Non serve aver mandato già l’intera bibliografia di Stephen King o Ira Levin, per riuscire a prevedere le sue azioni o quelle di Daphne: la loro storia scorre su dei binari talmente precisi, netti e lineari, che anche soltanto l’idea di ipotizzare un finale alternativo risulterebbe, probabilmente, una pura e semplice stravaganza.

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“Il Mistero di Penelope”: la recensione del libro fantasy di Claire North


Il Mistero di Penelope - recensione - Claire North

La mia recensione de “Il Mistero di Penelope” non può che iniziare sollevando uno sconcertante interrogativo: com’è possibile che il retelling di Claire North – senz’altro uno dei migliori libri fantasy del 2022 – sia passato così clamorosamente inosservato?

Ovvio, sto facendo riferimento alla versione del testo in lingua originale inglese (“Ithaca”, edizione Orbit).

In realtà, non ho la minima idea di quale possa essere la qualità della traduzione proposta in Italia dalla Newton Compton.

Certo è che “Il Mistero di Penelope” sembra essere sfuggito ai radar della maggior parte dei lettori forti internazionali.

Una lacuna che non mi aspettavo e che, francamente, tende a lasciarmi abbastanza sconcertata.

Voglio dire: tutto quel polverone sollevato in onore di “Circe” di Madeline Millar, e neanche una parola su un retelling ispirato alla mitologia greca che dimostra di riuscire DAVVERO a combinare la tematica del femminismo a una trama impeccabile, a uno stile inconfondibile e a una galleria di personaggi tragicamente tormentati?

Il tutto, senza mai rischiare di scadere nel sentimentale, nei patemi di dubbio gusto o nella banalità supponente di un’insegnante pronta a salire in cattedra?

Sinceramente, Amico Lettore…

Altro che “Mistero di Penelope”!

Stavolta, è proprio questo paradosso, che non sono in grado di spiegarmi…


La trama

La guerra di Troia è finita da anni, ma il re Odisseo non è mai tornato.

Ormai, nella verdeggiante isola di Itaca, gli unici uomini rimasti sono quelli troppo attempati, menomati o immaturi per combattere.

La regina Penelope veglia sulla sua terra al fianco di un consiglio di vegliardi che non si fanno scrupolo a mostrare quanto poco tengano alla sua opinione; dopotutto, dal punto di vista di un antico greco, una donna non vale molto più delle singole parti del suo corpo, e il cervello non fa sicuramente parte dei suoi asset principali.

Eppure, Penelope si muove nell’ombra e intesse in silenzio la sua tela, cercando di proteggere la sua isola dalle mire dei pretendenti che non aspettano altro che di arraffare il potere… a costo di una brutale guerra civile, che potrebbe tranquillamente causare la rovina di Itaca e di tutti coloro che la abitano.

L’ostinata perseveranza della regina, il suo dolore di moglie e di madre incompresa, attira infine l’attenzione di Hera, sferzante dea dei reietti e degli emarginati.

Inizia così una dettagliata rivisitazione – insaporita dall’impareggiabile e caustica voce narrante della Regina degli Dei – di alcuni fra i più celebri episodi mitologici che la cultura occidentale ci abbia tramandato: dalla morte di Agamennone alla cattura di Clittemnestra, passando per l’inganno dell’arazzo mai compiuto e per la ribellione di Telemaco



“Il Mistero di Penelope”: la recensione

Se hai già letto qualcosa di Claire North (autrice di piccole/grandi gemme quali “Le Prime Quindici Vite di Harry August” e “The Sudden Appareance of Hope”), probabilmente hai già una certa familiarità con la forza travolgente della sua personalità.

La voce autoriale della North è un dissacrante ciclone di modernità e consapevolezza storica. Il suo è un tipo di prosa che esige la massima attenzione e, in genere, riesce a ottenerla senza troppo sforzo.

Non si può dire che la North scriva romanzi per signore beneducate, no. O per gente con gli occhi foderati di prosciutto.

La sua penna è una lama; la sua immaginazione, una tela dai bordi spigolosi e affilati. Perfino (e anzi, forse, soprattutto…) nei momenti in cui i suoi mordaci giochi di parole caustici iniziano a intrecciarsi a squisiti slanci di virtuosismo lirico.

La prima idea geniale, quella che basta a differenziare “Il Mistero di Penelope” dalla recente inondazione di retelling simili?

La scelta di affidare la narrazione al personaggio più brillante e sottovalutato di tutti: Hera, la dea che una caterva di secoli di cultura patriarcale hanno cercato di sminuire e relegare ai margini.


La voce della Dea

Hera, quella stessa “signora del focolare” che le correnti classiche hanno deciso di interpretare nel senso più misogino e banale del termine. Ai posteri sia consegnata, dunque, l’effige di una matrona invidiosa, orgogliosa, altera, vendicativa e pronta a subissare di meschinità chiunque (leggi: le donne più giovani e belle di lei) commetta l’errore di ferire la sua vanità.

Che è un po’ – se ci fai caso – il modo in cui l’ipocrita narratore (maschio) medio tende a descrivere le proprie consorti, figlie, sorelle, madri eccetera eccetera.

Bè…

Non la nostra Hera, la Hera dipinta nel libro di Claire North!

Nelle vene di questa dea scorre l’acciaio più puro, combinato a uno spaventoso (e giustificato) quantitativo di veleno.

E, alla fine, sarà proprio lei a riunire intorno a sé una buona parte del resto del pantheon greco femminile (tratteggiato in modo altrettanto provocatorio e interessante) e a spargere i semi di una ribellione divina già sul punto di sobbollire…


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