“Il Diavolo in Ohio”: la recensione della miniserie disponibile su Netflix


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Ha senso scrivere una recensione de “Il Diavolo in Ohio”, una delle miniserie più mediocri e imbarazzanti che Netflix abbia mai prodotto?

Bè, dipende.

In realtà, ritengo che la sceneggiatura dello show di Daria Polatin sia praticamente una sorta di “Guida Non Ufficiale alla Scrittura di Storie che Non Funzionano”.

Un utile “strumento” che gli aspiranti autori potrebbero consultare, in caso di bisogno, per accertarsi di non stare imboccando lo stesso, pericoloso sentiero verso lo sfacelo.

Voglio dire: personaggi imbecilli, un’ambientazione generica, archi narrativi insensati, e un tripudio di colpi di scena che non sarebbero in grado di sorprendere una cara nonnina cresciuta a pane e “Cento Vetrine”?

Benvenuto nella ridente e verde Terra dei Cliché, amico mio!


La trama

Suzanne (Emily Deschanel) è una psicologa che lavora in ospedale, a stretto contatto con le vittime di abusi domestici e con tutti quei pazienti affetti da un trauma profondo.

Un giorno, arriva in corsia una ragazzina dall’aspetto lacero e sanguinante. Dopo qualche tentennamento, Suzanne riesce a spalancare una breccia nelle difese della giovane, e a scoprire che il suo nome è Mae (Madeleine Arthur).

A quanto pare, la ragazza è stata costretta a fuggire dalla sua famiglia, per cercare di sottrarsi a un sanguinario culto di adoratori di Lucifero.

A poco a poco, Suzanne comincia ad affezionarsi sempre di più a Mae, una ragazzina dolce e gentile che non ha nessun al mondo, e che si fida soltanto di lei.

La psicologa decide, quindi, di richiedere ufficialmente la custodia temporanea di Mae, nella speranza di aiutarla a guarire dalle sue ferite emotive e raccogliere prove contro gli uomini e le donne crudeli che l’hanno tenuta prigioniera.

Ma, non appena Suzanne porta a casa Mae, scopre che suo marito e le sue tre figlie non sono per niente felici di questa improvvisa convivenza forzata


“Il Diavolo in Ohio”: la recensione

In realtà, c’è una cosa che sono riuscita ad apprezzare de “Il Diavolo in Ohio”: il modo in cui il plot riesce a “usare” il trauma sepolto nella memoria di Suzanne (il suo “fantasma”, per ricorrere a una terminologia presa in prestito da K. M. Weiland…) per giustificare e motivare le azioni spericolate e anticonvenzionali intraprese dalla protagonista nel corso degli 8 episodi.

Il singolare e intenso legame che si viene a creare fra la psicologa e Mae (di gran lunga il personaggio più affascinante della serie) emana un sentore di transfert su cui qualsiasi psicanalista amerebbe soffermarsi a indagare.

E c’è da dire che la sceneggiatura, per i primi 3 o 4 episodi, riesce a giocare bene con le sfumature e le zona d’ombra innescate da questa simbiotica (e problematica) relazione.

Cioè, magari non con lo stesso livello di empatia e fascinazione magnetica ostentata da pellicole potenti come, chessò, “Ultima Notte a Soho”… ma, comunque, bene abbastanza da rendere piacevole e interessante la visione.

Bè…

Almeno fino a quando un’ondata di finto moralismo medio-borghese, in puro stile ABC Family, non arriva a fare scempio dell’arco trasformativo di Suzanne, POLVERIZZANDO quel minimo sindacale di credibilità che la storia era riuscita miracolosamente a conservare.

L’ultimo atto, in effetti, si rivela abbastanza prevedibile da gettare un lampo rivelatore tanto sulla fragilità della premessa, quanto sulla natura fortemente derivativa del progetto.

Se hai già visto “Il Diavolo in Ohio”, probabilmente avrai notato, ad esempio, un certo parallelismo fra lo show targato Netflix e una famosa scena di una grandiosa serie-evento di qualche anno fa chiamata “Sharp Objects”.


Di figlie serpenti, e di mariti che non servono a niente

Pellicole del calibro di “Hereditary” hanno ampiamente dimostrato al pubblico che è possibile innestare elementi tipici del dramma famigliare all’interno di una cornice strutturale dai tratti spiccatamente horror.

Possibile, sì. Ma tutt’altro che facile!

Guardando “ll Diavolo in Ohio”, si viene spesso colti da un indefinibile senso di fastidio. Probabilmente perché la famiglia al centro del plot sembra composta da individui talmente mediocri, egocentrici e disastrati, da non riuscire neanche a rendersi conto della propria (gloriosa) imbecillità!

All’inizio, credevo che la scelta fosse deliberata, e che la trama avrebbe parlato proprio di questo: come “smascherare” i difetti della tipica famiglia occidentale progressista, troppo ipocrita e innamorata della propria perfezione per scendere a patti con le proprie intrinseche debolezze.

Invece, neanche per sogno: per la bellezza di 8 episodi, lo spettatore è costretto a sorbirsi questo patetico ritratto da cartolina, un coacervo di stereotipi da teen drama senza arte né parte, senza che gli autori arrivino assolutamente da nessuna parte.

Ci becchiamo quindi un marito (Sam Jaeger) inetto e mezzo inebetito dalle proprie ambizioni; un uomo che la sceneggiatura vorrebbe forse spacciare per retto e integerrimo, ma che a me è sembrato semplicemente il classico coniuge affamato di attenzioni, quello che crede di meritare una medaglia solo perché riesce a resistere alla tentazione di cornificare la moglie con una barista a caso (mentre la moglie in questione, ripetiamolo tutti in coro, nel frattempo è impegnata a evitare che una ragazzina innocente si trasformi in una c**zo di PIRAMIDE DI CENERI UMANE!).

Le due figlie maggiori, Jules (Xaria Dotson) e Helen (Alisha Newton)?

Due iene, fatte e finite.

Le tipiche adolescenti megalomani e sociopatiche da film hollywoodiano, uno stereotipo di cui abbiamo già avuto modo di parlare in un’altra occasione.


L’adolescenza femminile stereotipata: una dimostrazione pratica

Vorrei corredare la mia recensione de “Il Diavolo in Ohio” con una piccola dimostrazione pratica.

Proviamo ad abbozzare una scheda del personaggio di Jules, la figlia a cui la sceneggiatura concede più tempo, spazio e battute?

Scommetto che verrebbe fuori una cosa del genere:


Nome: Jules

Ferita Emotiva/Convinzione sbagliata a proposito di se stessa: “Non sono abbastanza popolare e mia sorella è sempre stata più cool di me, quindi non esiste un essere umano più sfortunato della sottoscritta in tutto l’universo.”

Background in grado di giustificare questo enorme trauma: “A volte, i miei perfetti genitori da pubblicità progresso sono gentili con quella figona di mia sorella maggiore. Io rosico come un ratto nell’ombra, e li tratto come pezze da piedi per compensare.”

Oggetto del desiderio: Un ragazzo di nome Sebastian; avere un’acconciatura più trendy; diventare popolare.

Il conflitto centrale: Eliminare la competizione. Rispedire Mae al mittente (un covo di satanisti), affinché non comprometta le possibilità di Jules di accalappiare un tizio.

La posta in gioco: “Se non riuscirò a liberarmi di Mae, non potrò mettermi con Sebastian, diventare popolare, ricevere le attenzioni di mamma e papà, eccetera.”

(…)


No comment.

E non fatemi nemmeno COMINCIARE a parlare di quella scandalosa scena in cucina, subito dopo il ballo scolastico: con Jules e suo padre che chiacchierano di feste e ragazzi, sorseggiando tranquillamente una bevanda, mentre Suzanne e Mae, nella contea dei satanisti, rischiano letteralmente la pelle…


Il Diavolo veste noia

Non avrei dovuto metterci così tanto, eppure, finalmente, ce l’ho fatta: posso finalmente parlare del culto di adoratori di Satana che presta il titolo alla serie!

Sarebbe stato bello se Daria Polatin avesse fatto qualche ricerca sull’argomento prima di iniziare a scrivere “Il Diavolo in Ohio”, non credi?

Ma, a quanto pare, l’espressione “scrivi di ciò che sai” non rientra fra le favorite dell’autrice.

Quindi, all’interno della miniserie aspettati pure di trovare ogni genere di stereotipo e trito cliché da immaginario folcloristico popolare: dopotutto, quando perfino un’innocua bambolina di granturco (noto simbolo di prosperità e fortuna…) arriva a trasformarsi nell’emblema del Male, io perdo le parole e non so più che cosa dire.

Ogni singolo dettaglio relativo alla setta è generico e nebuloso.

Dei villain così banali e privi di immaginazione, giuro che non li vedevo da un pezzo! Non c’è alcun tentativo di costruire una mitologia, una caratterizzazione complessa, una posta in gioco degna di questo nome… niente.

Un’altra cosa che non posso fare a meno di riportare, all’interno di questa recensione de “Il Diavolo in Ohio”, è che la sceneggiatura riesce a sputtanarsi (perdona il francesismo…) ogni singolo colpo di scena. I personaggi, infatti, scoprono le cose con interi episodi di ritardo rispetto allo spettatore.

Quest’ultimo (sia detto per inciso) non è idiota neanche la metà di quanto gli sceneggiatori sembrano pensare, e difficilmente sarà disposto a lasciarsi distrarre dalle musiche stridenti e insensate che accompagnano i patetici “jumpscares” della serie, nello sforzo disperato di camuffare l’assoluta mancanza di tensione che caratterizza il tutto.


Che cosa ne pensi della mia recensione de “Il Diavolo in Ohio”?

Credi che io sia stata troppo severa?

O neanche tu hai apprezzato l’ultima miniserie horror targata Netflix? 🙂


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