“The Wicked and the Willing”: la recensione del romanzo gotico di Lianyu Tan

recensione the wicked and the willing - copertina lianyu tan

The Wicked and the Willing” è il secondo libro di Lianyu Tan, autrice che nel 2020 ci aveva già “scioccato” con il suo dark romance fantasy “Prigioniera negli Inferi”.

La sua nuova opera è un romanzo horror storico ambientato a Singapore, nel bel mezzo dei ruggenti anni Venti.

Al cuore della trama, la relazione abusiva fra una carismatica vampira britannica e una docile domestica dal passato tormentato.

Inquietante, seducente e brutale, “The Wicked and the Willing” rappresenta un enorme passo in avanti rispetto alla semplice parata di «piaceri perversi» offerti nel precedente retelling della Tan.

Una storia gotica a tinte forti, contrassegnata da un potentissimo nucleo tematico (l’ordalia della violenza domestica) e ispirata tanto ai grandi classici del gotico (“Dracula” e “Carmilla”), quanto al viscerale cinema “a impatto” di Park Chan-wook (“The Handmaiden”).

La trama

1927, Singapore coloniale.

Gean Choo non ha paura dei mostri. Anche se, per le strade della città, di mostri ne girano parecchi: soprattutto di origine europea, soprattutto fra chi è alla disperata ricerca di un modo per fuggire da qualcosa… o da qualcuno.

Quando le viene offerto un lavoro da domestica presso la magione di una facoltosa donna britannica, la ragazza non riesce a credere alla sua fortuna.

Non può sapere, ovviamente, che dietro all’aspetto angelico della sua padrona si nasconde l’istinto assassino di una belva assetata di sangue.

Perfino se l’avesse saputo, probabilmente non avrebbe fatto differenza: Verity Edevane è sempre stata abituata a ottenere quello che vuole… e quello che stavolta desidera, a quanto pare, è la sua cameriera.

Anima, spirito e corpo.

Nel frattempo, anche Po Lam, l’assistente tuttofare di Verity, comincia a sviluppare un attaccamento protettivo nei confronti di Gean Choo.

La sua gentilezza e il suo affetto riescono a fare in qualche modo breccia nel cuore della giovane domestica…

Riuscirà questo nuovo sentimento a frapporsi fra Geon Choo e la spirale di desiderio, tortura e sangue incarnata dalla sua padrona?

In fondo, innamorarsi di un mostro non è impresa da tutti. Ma Geon Choo potrebbe essere proprio sul punto di scoprire cosa significa indossare questa “croce”…

“The Wicked and the Willing”: la recensione

 “The Wicked and the Willing” segue tre punti di vista diversi: a capitoli alterni, infatti, Geon Choo, Verity e Pom Lam provvedono a esporci la propria versione degli eventi, solitamente messi in moto da una delle rispettive controparti.

La sinossi lascia presagire una sorta di “triangolo d’amore”, perciò forse è meglio che metta subito in chiaro una cosa: il nuovo libro di Lianyu Tan NON è un dark romance – né un romance, nel senso più tradizionale del termine.

Certo, l’interesse della narrazione verte senz’altro intorno alle complesse ( e morbose) dinamiche che legano le tre protagoniste.

Inoltre, esattamente come accadeva in “Prigioniera negli Inferi”, le scene di sesso (di natura angosciante e disturbante) tendono a occupare un discreto numero di pagine.

Si modificano però radicalmente le tonalità – e, in ultima analisi, gli OBIETTIVI della narrazione.

Malgrado la fortissima componente erotica, infatti, “The Wicked and the Willing” è un libro che rispecchia in pieno ogni singola convenzione inerente al genere horror.

Il mostro creato dalla Tan – l’algida vampira anglosassone Verity – è una “divoratrice di luce” di livello sopraffino. Tant’è che la sua spettacolare caratterizzazione e il suo magistrale arco narrativo rappresentano, secondo me, il più grande punto di vanto della narrazione.

Ipocrisia, irascibilità, manie di controllo, una certa tendenza al gaslightning, meschinità, egocentrismo, pura e semplice cattiveria… tutto ciò che rientra nel quadro del perfetto partner narcisista, Verity lo indossa come se fosse una seconda pelle!

Eppure, nonostante i suoi monumentali, imperdonabili difetti, la vampira riesce anche a catturare e a monopolizzare l’empatia del pubblico, destinato a sentirsi sempre più orripilato e disgustato dai suoi tirannici exploit… ma anche stranamente coinvolto dai suoi eccessi e dalle sue battaglie fratricide contro altri succhiasangue.

Lacrime di coccodrillo

Verity è una protagonista estremamente volitiva. La sua personalità – e il suo ego – sono talmente vasti che potrebbero occupare un oceano intero.

Nel corso del romanzo, la vampira va incontro a un infinito numero di ostacoli e paga, a caro prezzo, (quasi) ogni tribolazione.

Il lettore, all’inizio controvoglia, si ritrova quindi a condividere la sua (abominevole) visione del mondo. D’istinto, ne riconosce l’ingiustizia, la perfidia, l’orrore… ma anche il fascino.

Di fatto, istigato dall’abile autrice, il pubblico comincia a soffrire, perdere, cadere, risollevarsi insieme a Verity… partecipando alle sue lotte e ai suoi fallimenti, fino a immedesimarsi (seppure in preda a un certo disagio) nei suoi eccessi e nella sua raccapriccianti disavventure.

Fa uno strano effetto, sentirsi così. Totalmente fagocitati dal punto di vista della Bestia; risucchiati dal suo sguardo ipnotico e dalla sua follia dilagante, esattamente come Geon Choo.

Sospetto che l’indole docile e arrendevole della domestica, dal canto suo, potrebbe arrivare a infastidire alcuni lettori.

Per come la vedo io, l’atteggiamento passivo e la limitata capacità decisionale di Geon Choo andrebbero invece inquadrate nell’ottica di una backstory davvero traumatica: quando ogni evento del tuo passato sembra aver cospirato al solo scopo di annichilire il tuo spirito e trasformarti in una bambola compiacente, bè…

Se Geon Choo non arriva mai a comportarsi da amazzone, non credo ci sia nulla di cui stupirsi.

La seduzione del Male

Domestica e padrona.

Vittima e carnefice.

Preda e predatrice.

La relazione fra Verity e Geon Choo è disturbata e sbagliata, totalizzante e dannata, orribile e inevitabile… un sottoprodotto naturale della codipendenza, del sadismo e dello sfruttamento insito nella cultura imperialista.

Po Lam invece è… una sorta di intrusa, da questo punto di vista.

Uno dei problemi principali che ho avvertito, in riferimento al suo personaggio, ha proprio a che fare con il fatto che, in confronto agli effervescenti (e brutali) capitoli di Verity, o agli strazianti tormenti di Geon Choo,  il PoV di Pom Lam secondo me risulta incredibilmente piatto e inadeguato.

Un tentativo, posticcio e poco convincente, di aggiungere altra carne al fuoco (ad esempio, l’argomento dell’identità di genere).

Verity e Gen Choo sono personaggi dalle voci potenti, inconfondibili. Dietro le loro azioni scriteriate si nasconde (purtroppo) la forza un archetipo secolare: la fascinazione inspiegabile, contorta, malata, che lega spesso l’oppresso ai capricci del suo aguzzino.

Laddove Po Lam è solo una specie di… burbero orsacchiotto?!

Malgrado alcuni tratti caratteriali positivi, confesso di aver trovato difficilissimo entrare in sintonia con lei e con le sue motivazioni.

Anche perché, in ogni momento, il suo flirt con Geon Choo ha continuato a sembrarmi solo un riempitivo, un “dazio” da pagare sull’altare delle aspettative (reali o percepite) del pubblico della Tan…


Punti di forza

+ L’archetipo del vampiro, che, in questo romanzo, perde ogni aspetto “romantico” a vantaggio della sua classica connotazione “diabolica

+ Un’ambientazione storica immersiva, ammaliante e densa di corruzione

+ Personaggi moralmente ambigui e psicologicamente sposta… ehm, intriganti!

+ L’impeccabile potenza metaforica del vampirismo, come simbolo del rapporto malsano fra vittima e partner abusivo

Punti deboli

– La presenza di due finali alternativi (preferisci un happy ending o la conclusione di un tipico racconto cautelare?) minano terribilmente la stabilità della struttura narrativa

– L’insulso arco narrativo di Po Lam

– Troppe scene in stile “torture porn


E tu? Avevi mai sentito parlare di “The Wicked and the Willing”?

Hai mai letto “Prigioniera negli Inferi”? 🙂


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